Narrator in Fabula – Intervista a Sabina Guidotti

dove Vincent Spasaro intervista Sabina Guidotti

Sabina Guidotti è una editor che ho conosciuto per lavoro. Mi sono innamorato subito delle sue molteplici qualità, della professionalità come del grande entusiasmo che l’hanno sempre animata. Ha lavorato per il cinema e il teatro, editato nel mainstream (ricordo solo l’ultimo, Piero Buscaroli, che si è spento da poco) e nel genere (horror, fantascienza, fantasy) ed è stata dietro al successo di vari nomi della narrativa. Ha accompagnato nel mestiere grandi come Sergio Altieri, Sandrone Dazieri, Chiara Belliti; ha lavorato spalla a spalla per vent’anni con personaggi come Vincenzo Cerami; ha avuto l’onore di conoscere e frequentare Alda Merini.

Oggi fa la editor free lance e chi lo desidera può contattarla attraverso il suo sito.

A me invece questa intervista serve per entrare nel magico e spesso sconosciuto mondo dell’editing.

Come ti sei avvicinata alla lettura?

«Grazie a mia nonna. Mi leggeva per ore le fiabe dei fratelli Grimm. Avevo imparato le fiabe a memoria e quando qualcuno veniva a trovarci, fingevo di saper leggere. Sapevo qual era la parola esatta che coincideva con la fine della pagina, così la gente pensava che a 4 anni sapessi leggere perfettamente, invece non era vero. Mia nonna aveva la capacità di tramutare anche le peggiori situazioni in gioco, diceva che questo ti può salvare dalla vita. In una maniera non istituzionale, spalancava a una bambina i cancelli della fantasia».

Sei stata spinta dalla famiglia o hai seguito un fuoco interiore? Quanto e come ti ha influenzato l’ambiente?

«Sono cresciuta in campagna, in una casa in mezzo al bosco e ho avuto molti alleati della fantasia. Nel mio bosco vivevano a fasi alterne le fate, gli orchi, i draghi, i principi, gli alieni. A seconda dell’età i personaggi cambiavano. Poi sono venuti i fantasmi, i redivivi, le streghe. Sono stata una privilegiata. Quello che allora poteva sembrare un limite è stato invece l’elemento che ha permesso all’immaginazione di prevalere. I bambini devono essere educati alla fantasia, devono essere liberi di creare».

Quando hai iniziato a scrivere?

«Da piccola. Mi divertivo a inventare storie. Le scrivevo su un quadernino a quadretti e le leggevo a mia nonna. Spesso le inventavamo insieme. Tutto quello che mi faceva paura lo esorcizzavo raccontandolo e allora mi sembrava che facesse meno paura. Poi nelle storie potevo decidere il destino dei personaggi, se farli vivere o morire. Questo mi divertiva molto».

Hai studiato sceneggiatura cinematografica e televisiva. Vuoi parlarci di questa tua prima strada?

«Ho studiato a Roma per molti anni, poi a Parigi e a Bologna. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno dato la possibilità di trasformare l’amore per la settima arte in una professione».

Amavi i film e le serie televisive?

«Stai chiedendo a una che parlava con amici invisibili dentro al bosco, se amava i film? Logicamente sì. Il cinema è stato un prolungamento dell’immaginario. Quando ho capito che le parole, oltre che essere lette nella solitudine, potevano diventare dialoghi per i personaggi, mi si è aperto un altro mondo. Da adolescente mi sono chiusa in casa per un’estate intera e ho visto tutto quello che potevo vedere. Delle serie televisive, che allora si chiamavano sceneggiati, ricordo “Pinocchio” diretto da Comenicini e “Ligabue” con Flavio Bucci. Gli sceneggiati erano curati nei minimi dettagli. Oggi quel tipo di attenzione ai particolari, la ritrovo solo nelle produzioni inglesi e nelle fiction di Sironi».

E il tuo rapporto con il grande sceneggiatore Scardamaglia?

«Francesco Scardamaglia è stato uno dei miei insegnanti di sceneggiatura. Oltre a essere un insegnante coltissimo, era una persona speciale. Sempre disponibile, pronto ad ascoltare. Mi dava consigli, leggeva in anteprima le mie sceneggiature. Riteneva che avessi un’autorialità difficilmente incanalabile nella scrittura di gruppo. Ho sempre faticato a scrivere dentro margini decisi da altri. E’ stato proprio Francesco a spingermi verso l’indipendenza. L’autorialità può essere un pregio o un difetto. Dipende cosa devi scrivere e per chi. Ho scelto di scrivere per il cinema e non per la televisione, perché è una dimensione più congeniale per il mio carattere».

Hai lavorato con attori e registi importanti. Che esperienza è stata?

«La considero un privilegio, un regalo inaspettato della vita».

E il tuo lavoro/rapporto con Vincenzo Cerami?

«Vincenzo è stato il mio mentore. Lo conobbi a Lucca. Insegnava nella scuola Sagarana, innovativa per i tempi, fondata dallo scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins, professore di scrittura creativa e avvocato dei diritti umani a Rio de Janeiro. Si studiava psicologia della creatività ed etica della letteratura. Io frequentavo i corsi di Narrativa. Il corso di sceneggiatura di Cerami era sovraffollato e avevo deciso di non farlo. Poi, per caso, perché gran parte della mia vita è stata dettata dal caso, ci fu uno scambio di assegnazione nelle aule. Io, che per carattere arrivo sempre in anticipo, mi ero seduta in prima fila aspettando il mio insegnante. Invece entrò Cerami. Stavo per alzarmi, ma lui disse bonariamente: “Non vuole ascoltare una mia lezione?”. E allora decisi di restare. Quella lezione fu lo spartiacque della mia vita. Cerami improvvisava le scene, le recitava, saltellava come un grillo di qua e di là. Era entusiasmante quello che diceva e come lo diceva. Lì capii che volevo fare quel mestiere, capii che volevo lavorare con le parole, far piangere o ridere attraverso le parole. Sognare per gli altri. Sai, è difficile sognare. Sognare per gli altri, poi, implica una grande responsabilità. Vincenzo, che aveva avuto come professore Pier Paolo Pasolini, diceva sempre che i sogni devono essere precisissimi, proprio perché il tuo sogno deve diventare un sogno collettivo; e per permettere agli altri di entrarci dentro devi saperglielo raccontare fin nei minimi dettagli. Lui, che nella vita era un impareggiabile ballerino di twist, era ironico e istrionico. Era stato un gagman e conosceva alla perfezione i tempi comici. Per insegnarmi mi faceva lavorare sulla velocità, sentendo le assonanze dei suoni, come modificare un dialogo all’istante. Da quella lezione in quell’aula lucchese sono passati vent’anni e non ha mai smesso di essere il mio punto di riferimento. Ho avuto la fortuna di stargli accanto, di imparare da lui un metodo, di vederlo lavorare sui set. Paradossalmente da adulta, per lavoro, ripetevo quel gioco che facevo con mia nonna da bambina. Ci sedevamo fuori da un bar, osservavamo la gente passare e, partendo da un dettaglio, ci divertivamo a inventare storie. Vincenzo dava l’incipit e io dovevo proseguire».

Parallelamente hai approfondito le tecniche di scrittura narrata per adulti e bambini…

«Uno scrittore deve evocare, non spiegare. Ma per poter evocare è necessario conoscere i diversi linguaggi e non parlo delle regole grammaticali. Sto parlando delle metafore, del saper gestire un personaggio, della capacità di costruire dialoghi credibili e interessanti. Queste sono tecniche. Devi sapere come usarle e devi studiare. La conoscenza non può essere solo settoriale, la scrittura abbraccia tutti i linguaggi narrativi. Un linguaggio ti conduce inevitabilmente a un altro. Vincenzo lavorava su 4 tavoli: su un tavolo c’erano le sceneggiature, su un secondo i romanzi, sul terzo le pièce teatrali, sul quarto tavolo i radiodrammi. Se poi, come nel mio caso, decidi di specializzarti sui fantasy, devi studiare la letteratura per l’infanzia, quella che il professor Antonio Faeti definisce “la grande esclusa”. Leggere è viaggiare dentro altri mondi. Se non conosci i linguaggi, non hai gli strumenti giusti per lavorare e rischi di interrompere il viaggio o di perderti qualcosa di importante di quel viaggio».

Oltre a essere una scrittrice, sei una editor: cosa significa oggi in una realtà di crisi economica?

«Significa prestare attenzione al mercato editoriale, ma avere anche il coraggio di percorrere nuove strade. Il nuovo c’è. Basta saperlo vedere. Se credo in un romanzo e in un autore, non m’importa se in quel preciso momento il mercato chiede altro. L’ omologazione mi ha sempre spaventato».

Molti non comprendono nemmeno il significato della parola editor. Vuoi spiegarci che mestiere è?

«L’editor è prima di tutto un lettore capace di riconoscere la validità di un testo e le sue potenzialità. È chi accompagna lo scrittore, passo dopo passo, fino alla pubblicazione del libro. La creatività non s’insegna, la si ha o non la si ha. Ma se è una storia è interessante, se c’è alla base un’idea vincente, allora su quella storia si può lavorare. L’editor smussa i punti deboli, enfatizza i punti di forza. Spesso l’editor viene descritto come un bruto che violenta il testo di altri, una sorta di sadico pronto a tagliare all’impazzata. Non è così, almeno per quanto mi riguarda. Un bravo editor fa tagli funzionali alla storia, rispettando sempre lo stile e la sensibilità dell’autore, tanto che il lettore non deve accorgersi degli interventi dell’editor. È un lavoro che si svolge nell’ombra perché così deve essere. Il libro è dell’autore e resta dell’autore».

Hai lavorato con responsabili di collane come Sergio Altieri e Sandrone Dazieri per Mondadori…

«Sono stati due capi fantastici, sempre attenti a tutto quello che poteva esserci di nuovo nel panorama letterario. Io selezionavo gli inediti per Urania e per i Gialli Mondadori. Quando leggi gli inediti la difficoltà è capire se un testo, magari incompiuto da un punto di vista letterario, ha o meno potenzialità di riuscita. Sei come un sarto che tasta la stoffa e riconosce se è buona. Sandrone e Sergio mi hanno sempre dato grande fiducia, mi hanno detto cosa cercavano esattamente per quelle collane e io leggevo per loro».

Ed essere editor in proprio?

«Lavorare tanto e duramente. Rischiare e avere comunque fiducia nel domani. La scelta di essere indipendente in qualche modo la paghi, ma io ho bisogno di entrare in empatia con chi lavoro, per questo preferisco scegliere ed essere scelta da loro per le mie caratteristiche. L’editing è qualcosa di intimo, deve esserci una fiducia reciproca fra l’autore e l’editor. Anche se poi certe decisioni le prenderà l’editor, l’autore deve sentirsi protetto e guidato da lui».

Qual è l’autore con cui hai lavorato che ricordi meglio?

«Cecilia Randall, scrittrice di narrativa fantastica. Ma in qualche modo sono legata a tutti gli autori con cui ho lavorato».

Qualche aneddoto?

«Ho lavorato come editor e come ghostwriter con persone di tutti i tipi. Il bello del mio lavoro è proprio questo. L’incontro, la conoscenza, il viaggio. La prima regola per me è ascoltare. Capire la storia che l’autore vuole raccontare e avvicinarsi alle sue emozioni. Con uno scrittore, di cui non posso farti il nome, una scena l’abbiamo riscritta 14 volte. Diceva che ero spietata, ossessiva ma alla fine mi ha ringraziato perché quella scena era perfetta e per ottenere quella perfezione è stato necessario riscriverla molte volte».

Cosa pensi della situazione editoriale attuale?

«In un Paese come l’Italia, dove si legge pochissimo, si pubblicano troppi libri. L’ editoria a pagamento ha illuso tutti di essere scrittori e spesso i risultati sono di bassissimo livello».

Sei anche scrittrice da sola e a quattro mani…

«Oltre alle sceneggiature, ho scritto diverse pièce teatrali e ho da poco terminato un romanzo a quattro mani con Danilo Arona: s’intitola “Land’s End”. Scrivere con Danilo, è stato concretizzare un sogno. Conoscevo tutti i suoi libri, “Cronache di Bassavilla”, “Palo Mayombe”, “Io sono le voci”. Passami il paragone, ma mi permetto di dirti che scrivere con il padre del fantastico italiano, è come avere Dante Alighieri che ti legge i versi della sua Commedia. Pensa che io e Danilo non ci siamo mai incontrati di persona. Il nostro esperimento di scrittura è una sfida, l’ennesimo gioco. Posso dirti in anteprima che il libro è costruito su diversi livelli di lettura, frutto di incubi che si sono rivelati comuni. C’è chi dice che la nostra scrittura sia stata guidata proprio dai fantasmi…».

E sul rapporto molto stretto che hai avuto con la grandissima Alda Merini?

«Alda Merini era un genio. E’ stata la più grande poetessa del Novecento e non c’è bisogno che sia io a dirlo. Mi ha dato una grande chance. Ha creduto in me e ha accostato il suo nome al mio, per darmi quella visibilità che non avevo, firmando la prefazione a “L’ipotesi”, un mio soggetto cinematografico, opzionato in America.

Ideò un libro d’arte, con le serigrafie di Ugo Nespolo, destinate a diventare i primi fotogrammi del film e scrisse la prefazione. Il libro è stato presentato sulla rubrica di approfondimento del Tg1, “Do Re Ciak Gulp” di Vincenzo Mollica. Alda Merini aveva la capacità di vedere e di farti vedere la vita con altri occhi. Lo sguardo del poeta infatti è sacro, proprio perché quello che percepisce sfugge alla moltitudine».

Il futuro di Sabina Guidotti. Come ti vedi fra qualche anno?

«In compagnia dei personaggi dei miei libri, dei fantasmi del mio passato, dei maestri che non ci sono più. Logicamente mi vedo più vecchia, molto più vecchia, ma sempre con il mio quadernino a quadretti tra le mani».

(*) In un primo ciclo di «Narrator in Fabula» – 14 settimane – Vincent Spasaro ha intervistato per codesto blog/bottega autori&autrici, editor, traduttori, editori dalle parti del fantastico, della fantascienza, dell’orrore e di tutto quel che si trova in “qualche altra realtà”… alla ricerca di profili, gusti, regole-eccezioni, modo di lavorare, misteri e se possibile anche del loro mondo interiore. I nomi? Danilo Arona, Clelia Farris, Fabio Lastrucci, Claudio Vergnani, Massimo Soumaré, Sandro Pergameno, Maurizio Cometto, Lorenza Ghinelli, Massimo Citi, Gordiano Lupi, Silvia Castoldi, Lorenzo Mazzoni, Giuseppe Lippi e Cristiana Astori. «Non finisce lì» aveva giurato Spasaro. Nel secondo ciclo: Angelo Marenzana, Gian Filippo Pizzo, Edoardo Rosati, Luca Barbieri, Giulio Leoni, Michele Tetro, Massimo Maugeri, Stefano Di Marino, Francesco Troccoli, Valerio Evangelisti, Alberto Panicucci, “Jessie James”, Silvio Sosio, Luca Masali, “Rick DuFer”, Gianfranco Nerozzi, Mauro Antonio Miglieruolo e oggi Sabina Guidotti. Dopo 34 incontri ci si avvia alla fine; non piangete ma fra una o due settimane… «Narrator in fabula» si interromperà. Ma come? E poi – stile fenice – risorgerà? Voi state all’erta. Io vi garantisco che tengo Vincent sotto pressione.

 

[da: http://www.labottegadelbarbieri.org/narrator-in-fabula-34/]
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